Dialoghi di scultura

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Dialoghi di scultura



La Fondazione Renato e Gianluigi Giudici presenta la mostra



DIALOGHI DI SCULTURA

Pascal Murer Pedro Pedrazzini Paolo Selmoni


a cura di Luigi Cavadini



inaugurazione: sabato 29 settembre ore 17.00


29 settembre 2018 / 12 gennaio 2019




La Gipsoteca Gianluigi Giudici di Lugano avvia un ciclo di esposizioni che, nel tempo, metteranno a confronto – fra loro e con le opere esposte in permanenza nello spazio museale – artisti che si esprimono mediante proposte plastiche con materiali e tecniche tradizionali, ma anche con interventi originali che comunque abbiano a svilupparsi nelle tre dimensioni.


Per il primo incontro saranno in mostra le opere di: Pascal Murer, Pedro Pedrazzini e Paolo Selmoni


Particolarmente interessante sarà il dialogo tra le loro opere perché i materiali e le modalità operative sono diversi: Murer opera sia con il legno che con il bronzo, Pedrazzini si dedica completamente alla fusione in bronzo e Selmoni lavora da sempre con il marmo ma utilizza pure il bronzo che tratta con una tecnica del tutto originale con fusione sotto vuoto.

È quindi possibile accostare in mostra le due tecniche tradizionali della scultura, che vedono nascere l’opera “per via di levare” cioè con la sottrazione di materia da un blocco informe o “per via di porre” cioè realizzando la scultura mediante la modellazionein cera o in argilla della forma da affidare poi all’operazione di fusione in metallo (bronzo in particolare o altre leghe, ma, soprattutto per piccoli formati, anche oro o argento).

Fondamentale, poi, la personalità dell’artista in rapporto alle “figure” che ciascuno realizza. Selmoni punta alla essenzializzazione delle forme verso una modernità senza eccessi, Murer cerca la visualizzazione plastica di azioni naturali o lacristallizzazione della forma di un corpo, Pedrazzini tende a raccontare il moto e la relazione tra figure.


Durante la mostra saranno organizzati incontri con gli scultori, visite guidate e presentazioni di libri sulla scultura.






Pascal Murer


Nato ad Altdorf, Uri, nel 1966, si laurea presso l’Accademia di Belle Arti di Vienna con i maestri Michelangelo Pistoletto e Joannis Avramidis.

Nel 2001 fonda con Nino Doborjginidze l’atelier “vedo arte” a Locarno, dove da allora opera.

Nel 2012 è nominato artista dell’anno dalla Fondazione Bally.

È attivo nell’ambito del disegno, della pittura e della scultura.


Una tensione verticale caratterizza tutta l’opera di Pascal Murer, sia che egli intenda fissare l’illusione di un corpo sia che cerchi di dare corpo ad una forma virtuale che nasce dalla sedimentazione di visioni epercezioni, di aspetti del mondo naturale e di pensieri.

Così le sue danzatrici, le belles de jour o de nuit affilano le loro figure in una dissolvenza la cui plasticità deve molto alla scelta dell’artista di “estrarle” dal legno o di modellarle nell’argilla: più solide, anche se leggere, le prime e più eteree, fluttuanti le altre. La materia di cui sono fatte e il loro vibrante dinamismo le rende fuggevoli, pronte a sottrarsi allontanandosi con passo svelto nel vento o capaci di una trasformazione che le aspiri, in un avvolgimento a spirale, nel vuoto. Nella levità di questi corpi, ma anche delle altre “figure” vibranti della sua produzione, pare di recuperare la plasticità della scultura liberty, ma in una accezione assolutamente moderna in cui il bronzo – lamina sottile che racconta – diventa pelle che si libera della materia per divenire essenza pura della forma.


Pedro Pedrazzini


Nasce a Roveredo, Grigioni, Svizzera nel 1953.

Dal 1974 al 1975 studia a Londra, nel 1976 è assistente presso l’atelier di Remo Rossi.

Negli anni 1976 e 1977 studia all’Accademia di Belle Arti di Firenze e dal 1977 al 1980 all’Accademia di Belle Arti di Milano.

Sue opere sono presenti in America e in Europa, in spazi pubblici e collezioni private.

Vive e lavora a Minusio, Ticino.


Pedro Pedrazzini muove nello spazio figure leggiadre che a volte si concentrano su se stesse ed altre, invece, cercano e trovano relazioni. Sembra essere questo il percorso di lettura della sua opera, che riflette – credo – il suo modo di essere e di rapportarsi con i suoi simili. Nella scultura è fondamentale l’azione che si esplica tra l’opera nella sua materialità e lo spazio in cui essa è immersa. Il rapporto tra pieno e vuoto è vitale in lavori come questi e si esprime in un gioco di equilibri che il fruitore percepisce anche senza una conoscenza approfondita delle “regole” dell’arte. Dosare presenze e assenza, materia e spazio significa calibrare gli sviluppi dell’azione e quindi la distribuzione delle forme oppure il concentrarsi di esse. Questo è ciò che avviene in modo evidente nei lavori di Pedrazzini in cui la fisicità dei corpi si articola e si evolve nella catena di forme che generano un ritmo quasi musicale nello spazio che le accoglie. E quando tutto si riassume in una meditazione solitaria il corpo si affina fino a quasi farsi spirito e a liberarsi addirittura dal peso che tenderebbe ad ancorarlo alla terra.


Paolo Selmoni


Nato a Bellinzona (Svizzera) nel 1956, si forma alla maniera antica, “a bottega” nell’atelier del padre Pierino, anch’egli scultore. Dal 1971 al 1975 svolge un apprendistato

di “scultore in marmo” e da allora realizza opere usando braccia, cervello e cuore.

Oltre a lavorare il marmo, utilizza pure il bronzo che tratta con una tecnica del tutto originale con fusione diretta a cera persa.

Vive a Mendrisio e opera nell’atelier di Ligornetto.


La serie di opere in bronzo documentano un passaggio importante nella ricerca di Paolo Selmoni, quando da un immaginario plastico morbido, visivamente ancora malleabile, passa a una figurazione, rigorosa, schematica, oserei dire razionale. Nella prima fase si assiste alla “composizione” di “personaggi” che si situano tra il vegetale e l’animale, costituiti da materiali in apparenza naturali e come tali flessibili e facilmente articolati. La loro presenza pare compatibile con il vivere quotidiano pur in una accezione di vita innovativa. Assolutamente più incisivo – e le maggiori dimensioni rendono più forte e determinata questa presenza – è il nuovo corso che segna gli anni di questo nuovo secolo e che si ritrova nella rigida figura fatta di elementi geometrici composti a mimare un totem o a prospettare un’ideale futuribile macchina-robot.

Presenza pacata, se non fosse per quelle tre “spine” giganti che emergono dal lungo e rigido corpo, strumento di pericolo per gli altri e di difesa per se stesso.

Un lavoro, questo di Selmoni, che sembra affondare le radici nel fantastico mondo della scultura di Mirò e di Max Ernst.



Luigi Cavadini